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Miyuki Ishikawa, l’ostetrica di Tokyo e la strage dei neonati
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Miyuki Ishikawa: l’ostetrica di Tokyo e la strage dei neonati alla Kotobuki

corridoio di un ospedale

La storia di Miyuki Ishikawa, ostetrica giapponese al centro del caso Kotobuki San’in, la maternità di Tokyo dove nel dopoguerra morirono decine di neonati affidati alla struttura.

Miyuki Ishikawa è una delle figure più controverse della cronaca criminale giapponese del Novecento. Nel gennaio 1948, nella Tokyo del dopoguerra, la polizia scoprì una serie di morti sospette legate alla Kotobuki San’in, una maternità privata nel quartiere di Shinjuku, diretta da Ishikawa insieme al marito Takeshi Ishikawa.

Il caso riguardava neonati e bambini molto piccoli affidati alla struttura da madri o famiglie che non potevano mantenerli. Le indagini portarono alla luce un sistema fatto di abbandono, denaro ricevuto dai genitori, pagamenti da chi prendeva i bambini, sussidi pubblici e certificati di morte ritenuti falsificati o irregolari.

I numeri del caso restano uno dei punti più delicati. Le cronache dell’epoca parlarono di oltre 100 bambini morti; la polizia stimò 84 decessi, la procura contestò 27 morti, mentre il tribunale riconobbe la responsabilità giudiziaria per 5 neonati. La pena finale ricordata dalle fonti giapponesi fu di 4 anni di carcere per Miyuki Ishikawa e 2 anni per il marito Takeshi.

Scena del crimine
Scena del crimine

La maternità di Shinjuku e i bambini lasciati morire

La Kotobuki San’in operava in una città ancora segnata dalla guerra, dalla povertà e dalla difficoltà di molte famiglie a crescere figli nati fuori dal matrimonio o in condizioni economiche estreme. In quel contesto, numerosi neonati vennero affidati alla maternità, dove avrebbero dovuto ricevere cure, alimentazione e una sistemazione sicura.

Secondo le ricostruzioni giapponesi, nella struttura i bambini venivano invece lasciati in condizioni gravissime. Mancavano cure adeguate, il cibo veniva ridotto e molti neonati morirono per malnutrizione o abbandono. Al momento dell’arresto furono sequestrati anche latte, zucchero e riso, elementi che resero ancora più pesante il quadro dell’inchiesta: mentre i bambini morivano, risorse destinate all’assistenza risultavano presenti o gestite in modo opaco.

Il caso emerse nel gennaio 1948. Le cronache d’archivio indicano l’arresto di Miyuki Ishikawa e del marito Takeshi il 15 gennaio, dopo il ritrovamento dei resti di alcuni neonati e l’avvio dell’inchiesta da parte della polizia di Waseda. Pochi giorni dopo, le autorità contestarono formalmente il reato di omicidio.

La dimensione del caso superò rapidamente la singola struttura. Nelle cronache dell’epoca comparvero urne con resti infantili, certificati di morte sospetti, madri che correvano a recuperare i figli ancora vivi e neonati trasferiti in ospedale. La maternità, presentata come luogo di cura, era diventata il centro di una delle più gravi vicende di morte infantile del Giappone del dopoguerra.

Il processo, la pena lieve e lo scandalo sociale

Il processo portò davanti ai giudici non solo Miyuki e Takeshi Ishikawa, ma anche persone accusate di avere facilitato il sistema, tra cui figure legate ai certificati di morte e alla gestione dei corpi. Una fotografia d’archivio del 14 giugno 1948 mostra gli imputati al Tribunale distrettuale di Tokyo, compresi Miyuki Ishikawa, il marito Takeshi e un’assistente della maternità.

La sentenza fu molto più bassa rispetto all’enormità del caso raccontato dalla stampa. La difficoltà principale riguardava l’identificazione dei neonati, l’assenza di registrazioni complete, la condizione di molti bambini senza documenti e la reticenza di famiglie che volevano nascondere l’abbandono. Così il processo si chiuse su un numero giudiziario molto più ridotto rispetto alle morti indicate dall’inchiesta.

Il caso ebbe un impatto sociale enorme. I giornali dell’epoca misero sotto accusa non soltanto la maternità, ma anche la rete di controlli mancati: polizia, uffici sanitari, medici, personale della struttura e autorità locali. La domanda pubblica diventò più ampia: come era stato possibile che decine di neonati morissero senza che il sistema intervenisse prima?

Dopo la condanna, Miyuki Ishikawa non rimase nella memoria giapponese solo come assassina o direttrice di una struttura criminale. Divenne anche il simbolo di un fallimento collettivo del dopoguerra: povertà, figli non riconosciuti, assistenza insufficiente, burocrazia cieca e un mercato dell’abbandono infantile che aveva trasformato i neonati più fragili in vite senza protezione. Morì nel 1987, a 90 anni.

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ultimo aggiornamento: 13 Luglio 2026 11:21

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